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Edizione: 6/2013 dicembre

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6/2013 dicembre | pagina 25

Bruciati dal troppo lavoro
Il burnout fa molte vittime. Ma spesso passa per depressione

I datori di lavoro parlano di depressione dei loro impiegati. In realtà, molti casi sono di burnout.

Non poteva lavorare indisturbata neanche per cinque minuti di fila, sollecitata com'era da colleghi e clienti. Il telefono squillava senza sosta e le giornate lavorative erano di 12-13 ore. La pausa pranzo era un lontano ricordo e di solito lavorava anche durante i fine settimana.

Il crollo è avvenuto nella primavera del 2010. Voleva inoltrare un'e-mail fastidiosa a un collega e vi ha aggiunto anche un commento poco lusinghiero. Per errore ha però ritornato il messaggio al mittente. Una cosa da niente, ma per Tania è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

«Non riuscivo più a pensare, piangevo e basta», ricorda la donna, oggi 39enne. Il medico l'ha messa in malattia: un chiaro caso di burnout. La sua superiore ha informato il team di lavoro dicendo che Tania aveva una depressione causata dal decesso della madre avvenuto due anni prima.

Lo stress al lavoro è stato cruciale
Invece, la causa del burnout è stata l'estrema sollecitazione lavorativa. «Se la direttrice avesse detto che soffrivo di burnout, avrebbe dovuto modificare le mie condizioni sul lavoro».

Wulf Rössler, direttore della Clinica psichiatrica universitaria di Zurigo, sente spesso storie simili dai suoi pazienti. Molti datori di lavoro sono critici nei confronti della diagnosi di burnout: «Tendono a ricercarne la causa nella persona ammalata piuttosto che nell'azienda».

Ma gli specialisti chiariscono: il burnout non è una depressione. La malattia presenta caratteristiche particolari che la distinguono (vedi riquadro sopra). La principale, dice Rössler, è che il burnout è sempre relazionato al posto di lavoro.

Un sintomo tipico delle persone colpite da burnout è l'atteggiamento negativo nei confronti dei clienti: «Molto spesso, gli interessati sono stufi dei clienti, li trattano in modo indifferente o addirittura cinico», dice Rössler. Un burnout può trasformarsi effettivamente in depressione; alcuni studi dimostrano però che nella maggior parte dei casi non si arriva a tanto.

Il burnout, inoltre, di solito colpisce persone che si assumono troppi oneri, come dice l'autrice di libri e burnout-coach Ruth Enzler. Una loro frase tipica è: «Faccio più in fretta e meglio degli altri, quindi faccio da me». Per questo motivo, spesso sono considerate le anime buone del settore, che danno una mano dappertutto e a cui tutti si possono rivolgere.

Il burnout nasce quando una persona sopravvaluta le proprie capacità, come dice Enzler. «All'opposto, i depressi tendono a sottovalutarsi. Pensano di non essere capaci quanto gli altri e di non saper fare altrettanto».

Il burnout non si cura come la depressione
Se datori di lavoro e medici scambiano le vittime di burnout per depresse, le conseguenze possono essere gravi. Lo dimostra il caso di Marco. L'uomo era responsabile del deposito di un negozio di articoli per l'edilizia. «Il lavoro mi piaceva molto, mi sono impegnato al duecento percento». La direzione, però, continuava a prendere decisioni senza senso, acquistava merce di cattiva qualità, e Marco doveva giustificarsi di fronte ai clienti, benché intimamente ne condividesse le critiche.

A ciò si è aggiunta un'enorme pressione economica. Cominciavano a chiudere filiali, e Marco temeva di perdere il posto. Il suo corpo si è ribellato: ha cominciato ad avere problemi di stomaco e d'insonnia. Il medico ha constatato una depressione e gli ha prescritto sonniferi e antidepressivi. Oggi Marco sa che è stato un errore: «Le pastiglie non risolvevano i miei problemi».

Da un giorno all'altro, il suo reparto è stato chiuso e i dipendenti sono stati licenziati. A quel punto, l'uomo è crollato definitivamente. Non trovava più alcun senso nella vita e soffriva di attacchi di panico. «Sono arrivato al punto da poter uscire di casa solo accompagnato. Soffrivo di tachicardia, attacchi di sudorazione e emicrania».

Oggi, dopo più di due anni, il 49enne è ancora soggetto ad attacchi di panico e continua a soffrire di disturbi fisici. Lui, che tanto amava il suo lavoro, percepisce ora una rendita Ai. Nei giorni migliori riesce a fare qualcosa in casa, ma ricade sempre nel vecchio schema. «Sono quel tipo di persona che ci mette sempre tutto l'impegno». Anche se si tratta di spostare mobili o tappezzare un locale, Marco si obbliga a finire tutto nello stesso giorno. «Ho funzionato così per più di dieci anni», dice. «Questa modalità è ormai ancorata nel mio cervello».

La terapia inizia lontano dal lavoro

Marco è convinto che senza i farmaci non sarebbe finito tanto profondamente nel burnout.

«Nei casi di burnout, i farmaci da soli, in genere, non servono», specifica Stephan N. Trier, primario della clinica privata di Aadorf (Turgovia). Sarebbe meglio mettere le vittime in malattia. «Così possono iniziare a prendere distanza dalla situazione che le ha fatte ammalare». Poi bisogna affrontare tutto ciò che contribuisce al malessere, ad esempio la condizione lavorativa e l'equilibrio tra professione e tempo libero.

Secondo Trier, molti interessati aspettano troppo tempo prima d'intervenire: «Molte persone hanno paura di perdere il lavoro se vanno in malattia». I casi come quello di Marco, che ha continuato a sgobbare malgrado il burnout, sono perciò frequenti. In una situazione del genere, i farmaci non fanno che contrastare i sintomi depressivi. «Gli ammalati continuano però ad essere imprigionati come criceti nella ruota».

Joachim Bauer, professore di medicina psicosomatica alla Clinica universitaria tedesca di Freiburg, mette in guardia dal definire depressione tutti i disturbi sul posto di lavoro: «In quel caso ci sarà un grande ingresso di farmaci nelle aziende».

Anche Etzel Gysling, medico e editore della rivista Pharmakritik, è scettico circa la somministrazione di farmaci nei casi di burnout: psichiatri e altri medici oggi sarebbero subito pronti ad appoggiarsi ai farmaci, ma la loro utilità è modestissima.

Martina Hahn-Hübner, autrice del testo da consultazione "Bleiben Sie gesund!"
(mantenetevi sani) specifica un altro svantaggio delle pillole antidepressive: «Attutiscono anche le sensazioni positive». Infatti, causano un aumento continuo del tasso di serotonina, l'ormone del buonumore. Di conseguenza, se succede qualcosa di bello, il tasso di serotonina non può aumentare ulteriormente e il momento non è vissuto come speciale. «Per superare la malattia, servono anche di momenti di felicità», dice Hahn-Hübner.

Christian Egg, Gesundheitstipp
Michela Salvi

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