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L'Inchiesta
Edizione: 3/2007 maggio

Nome: L'Inchiesta
Nato il: 17 novembre 1999
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3/2007 maggio | pagina 4

Giornalisti: far domande può costar caro
Il codice deontologico impone ai giornalisti di interpellare chi è messo sotto accusa. Ma chi rispetta questa regola rischia di pagare spese giudiziarie anche se ottiene ragione. Lo dimostra una sentenza del Tribunale d'appello ticinese.

A inizio 2004 i coniugi Nadia Barigazzi e Daniel Beyeler si rivolgono a L'Inchiesta per segnalare la loro disavventura con la carrozzeria Fratelli Monzeglio di Locarno.

La Range Rover nuova fiammante dei due lettori de L'Inchiesta era stata urtata da un'altra auto. La Monzeglio manda loro il conto: fr. 25 mila per la riparazione, più fr. 12 mila per il noleggio dell'auto di cortesia, una Nissan. I due ritengono esagerato il costo e, d'accordo con l'assicurazione, non pagano. La carrozzeria quindi trattiene l'auto e il caso finisce davanti al giudice.

L'Inchiesta esamina i documenti presentati dai due lettori e invia alcune domande alla carrozzeria. Questa non risponde ma chiede alla pretura di Locarno il divieto di pubblicare qualsiasi articolo sulla vicenda.

Il 23 febbraio la pretura accoglie l'istanza in via supercautelare. Ma dopo 30 giorni il decreto scade. L'Inchiesta quindi pubblica l'articolo sul numero di maggio.

Il pretore, letto l'articolo, revoca il divieto (cioè dà ragione a L'Inchiesta) ma divide a metà le spese giudiziarie. Fa quindi un'eccezione al "principio di soccombenza" (secondo cui chi perde paga).

Contro questa eccezione L'Inchiesta ricorre al Tribunale d'appello, il quale tre anni dopo conferma la sentenza. Nel contempo ritiene illegale una delle due motivazioni indicate dal pretore Francesco Bertini.

L'Inchiesta si era rifiutata di mostrare al giudice l'articolo contestato, invocando il divieto di censura previsto dalla costituzione. Secondo Bertini «se tale bozza fosse stata prodotta in causa subito, il decreto supercautelare avrebbe potuto essere immediatamente revocato». Rifiutandosi di mostrare la bozza, L'Inchiesta ha ritardato il procedimento. Un'argomentazione che il Tribunale d'appello ha ritenuto illegale.

Diverso il giudizio sulla seconda motivazione. Secondo Bertini sussistevano «legittimi indizi» in base ai quali si poteva pensare che la versione pubblicata su L'Inchiesta di maggio non fosse identica a quella proibita dal giudice e prevista per marzo. In particolare nell'indice di marzo figurava la dicitura "Carrozzeria disonesta" (in maggio no). Inoltre non tutti i temi indicati nelle domande inviate alla carrozzeria erano stati trattati nell'articolo. Secondo il Tribunale d'appello, il riparto degli oneri processuali a metà «potrà forse apparire opinabile» ma sulla base della seconda motivazione «non denota gli estremi di un eccesso o di un abuso del potere di apprezzamento».

mc

Prima camera civile, sentenza 11.2004.68 del 4 aprile 2007.

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